La domanda che sentiamo più spesso non è «quanto fatturiamo», ma «su cosa stiamo davvero guadagnando». Rispondere richiede un modello che scomponga i margini per prodotto, cliente, commessa e canale, e che regga al confronto con i numeri di bilancio.
È il cuore del nostro lavoro di consulenza controllo di gestione: costruire quella lettura e usarla per decidere prezzi, mix e investimenti.

Un solo indicatore di marginalità non basta: ogni decisione richiede il livello di margine corretto. Confondere i livelli è l'errore che porta a rifiutare commesse redditizie o ad accettare ordini che erodono valore.
Prezzo di vendita meno i costi variabili diretti (materia prima, lavorazioni esterne, provvigioni, trasporto). Serve per le decisioni di breve: accettare una commessa, spingere una linea, valutare uno sconto.
Al netto anche dei costi variabili di trasformazione: manodopera diretta, energia, ammortamenti tecnici sui centri produttivi impiegati. Misura la reale capacità industriale di generare valore.
Include il ribaltamento dei costi indiretti di produzione tramite driver coerenti (ore macchina, ore uomo, cicli). È il riferimento per il pricing di listino e per le decisioni make or buy.
Al margine di prodotto si sottraggono i costi di servizio del cliente: logistica, resi, condizioni di pagamento, assistenza. Spesso ribalta la classifica dei clienti «migliori».
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